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F. Antonelli, Il duro lavoro. Edilizia e culture della sicurezza nel neo-fordismo, Napoli, EdiSES, 2010, pp. 122.

F. Antonelli, Il duro lavoro. Edilizia e culture della sicurezza nel neo-fordismo, Napoli, EdiSES, 2010, pp. 122.

di Valeria Rosato

Compiere oggi una ricerca sociologica per indagare il tema della sicurezza sul lavoro implica un’inevitabile riflessione sulle trasformazioni che investono la società contemporanea e in particolare i conflitti e le contraddizioni che contraddistinguono il mondo del lavoro. Antonelli, attraverso una serie di ricerche empiriche e un’acuta riflessione sulle culture della sicurezza, ci offre uno spaccato dell’attuale realtà italiana fornendo utili strumenti analitici per orientare l’azione sociale e individuare strategie d’intervento volte a incrementare la sicurezza in ambito lavorativo.

Le ricerche presentate nel volume dal titolo Il duro lavoro. Edilizia e culture della sicurezza nel neo-fordismo sono state svolte tra il 2008 e il 2010 e sono il frutto della collaborazione tra il Laboratorio LABICA dell’Università degli Studi “Roma Tre”, l’INAIL Lazio e il CTP di Roma e provincia.

Partiamo dalla definizione che viene data di sicurezza sul lavoro: «insieme sistematico e non casuale delle pratiche concrete messe in atto da tutti gli attori interni ed esterni per minimizzare i rischi (effetti dannosi non previsti delle azioni umane) e i pericoli (eventi dannosi di tipo ambientale ed estrinseco) immediati e a lungo termine, connessi ai processi lavorativi». L’accento posto sia sulla dimensione sistemica esterna che su quella interna e sulla necessità di una loro stretta interdipendenza rappresenta proprio il fulcro intorno al quale ruota l’intera analisi dell’autore. Le dinamiche di tipo ‘macro’ che caratterizzano la riproduzione della forza lavoro non possono essere disgiunte da quelle ‘micro’ inerenti i concreti soggetti coinvolti.

L’approccio metodologico che si predilige è quindi quello che unisce la dimensione oggettiva, e quindi sistemica della sicurezza sul lavoro, e la dimensione soggettiva degli attori concreti. Rifacendosi allo strutturalismo genetico di Bourdieu, la cultura della sicurezza viene allora individuata come una sub-cultura del lavoro, dunque legata a un processo sociale più vasto, e analizzata in relazione alla stratificazione dello specifico campo sociale e alla modalità di traduzione in pratiche concrete.
La prima ipotesi che l’autore formula è che all’interno di società caratterizzate da un basso grado di sviluppo e/o alta mercificazione del lavoro, la cultura della sicurezza possiede un “grado zero”, ossia la totale rimozione del rischio lavorativo, soprattutto presso quelle fasce sotto-privilegiate di lavoratori, che nello specifico vengono individuate negli immigrati e nei lavoratori autoctoni precari. Infatti, sono queste fasce di lavoratori a subire maggiormente le tensioni dell’attuale economia moderna e che, data la loro dipendenza dal bisogno, si trovano costretti ad accettare qualsiasi condizione lavorativa.
La prima indagine empirica che viene svolta ha come universo di riferimento i lavoratori edili della Regione Lazio e attraverso un campionamento casuale semplice vengono intervistati 384 lavoratori. Il campione è composto per la maggior parte dallo strato socio-professionale più forte e garantito (lavoratori a tempo indeterminato e per la maggior parte italiani) ma risulta sufficientemente rappresentativo della popolazione dal momento che per il 40% circa è composto da lavoratori migranti (per la maggior parte di nazionalità rumena, circa 23%) e per il 27% circa da lavoratori a tempo determinato.

Editoriali

Diritto alla privacy e lotta al terrorismo nello spazio costituzionale europeo

di Salvatore Bonfiglio

La rivoluzione digitale sta segnando fortissimi cambiamenti, che sono in un certo senso paragonabili per importanza a quelli che si registrarono dopo la rivoluzione industriale tra il XVIII e il XIX secolo. Non è un caso che, com’è noto, proprio alla fine dell’Ottocento fu teorizzato il right of privacy definito, in un noto articolo di Warren e di Brandeis [1], come right to be let alone. Nella società industriale l’anonimato urbano fece sorgere nelle persone e, soprattutto, nella borghesia cittadina, il desiderio di difendere l’intimità privata contro l’ingerenza dei giornali. 

di Lina Panella

Il 28 giugno 2012 il Comitato dei diritti dell’uomo della Società italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI) ha organizzato un convegno in memoria della prof.ssa Maria Rita Saulle, ad un anno dalla scomparsa, dal titolo “I diritti umani nella giustizia costituzionale ed internazionale”. Alla presenza del marito prof. Francesco Durante e di numerosissimi colleghi sia del mondo accademico che della Corte Costituzionale, la poliedrica figura della prof.ssa Saulle è stata  ricordata a quanti hanno avuto il privilegio di  conoscerLa e lavorare al Suo fianco con alcune relazioni  scientifiche su particolari problematiche  che  erano state Suo oggetto di indagine privilegiato.

di  Marco Ruotolo

In un illuminante saggio del 2001, Alessandro Baratta affermava che l’enucleazione di un “diritto fondamentale alla sicurezza” non può essere altro che il “risultato di una costruzione costituzionale falsa o perversa” . Se tale preteso diritto si traduce nella “legittima domanda di sicurezza di tutti i diritti da parte di tutti i soggetti”, la costruzione è “superflua” e comunque la terminologia è fuorviante. Siamo, infatti, nel campo della “sicurezza dei diritti” o del “diritto ai diritti”, identificabile anche come “diritto umano ai diritti civili”, non già in quello proprio del “diritto alla sicurezza”. Se, invece, parlando di diritto alla sicurezza si intende selezionare “alcuni diritti di gruppi privilegiati e una priorità di azione per l’apparato amministrativo e giudiziale a loro vantaggio”, la costruzione è “ideologica”, funzionale ad una limitazione della sicurezza dei diritti attraverso l’artificio del “diritto alla sicurezza”.

di Stefano Ceccanti

Se leggiamo una delle Costituzioni degli Stati democratico-sociali, come la nostra, dobbiamo cercare anzitutto di coglierne l'ispirazione di fondo attraverso gli enunciati di articoli e commi, ma senza trattarla come se fosse un testo inerte, sapendo vedere al di là di essi, ricercando le loro matrici.

Sulla materia oggetto di questo breve contributo penso di aver trovato la chiave di lettura complessiva migliore, che le illustra adeguatamente, in alcuni testi di Paul Ricoeur, raccolti ora da Luca Alici: Il diritto di punire per Morcelliana.